body enemy (body in cage)

Dopo un anno di astinenza fotografica, passato a fotografare quasi esclusivamente nel mio appartamento,
camera, o meglio cella, i cieli di via Montegani dalla finestra e l’intimità della mia prigione, ho deciso
finalmente di lavorare a un nuovo progetto.
Fare mio questo corpo nemico, scoprirlo nella sua fragilità tentando di spiegare, per lo meno visivamente,
cosa significhi essere disabile, o tagliata a metà come mi piace definirmi: dopo un ictus mi sono ritrovata
con il lato sinistro del corpo paralizzato.

Ho passato un anno tra riabilitazione e convalescenza, mi sento ormai pronta, credo, ad esplorare questo particolare stato, sia fisico che d’animo.

I miei cieli dalla mia prigione:20161002059agnesweber20160924043agnesweber20170105462agnesweber20170103399agnesweber20161230397agnesweber20161229402agnesweber20161225374agnesweber20161129179agnesweber20161018116agnesweber20161011107agnesweber20161009100agnesweber20161003067agnesweber

About homeless diary

Homeless diary doveva  essere un diario di viaggio, una bellissima raccolta di cartoline. Mi sono licenziata a luglio e a fine settembre lasciavo il mio appartamento a Milano per girare un po’ il mondo, iniziando dalla mitica Transiberiana passando dalla Mongolia fino ad arrivare in Cina. Ed era solo l’inizio. Un sogno bellissimo, una nuova partenza.

Il 23 agosto festeggiavo il mio ultimo giorno di lavoro, il 26 ho avuto un Ictus, diagnosticato purtroppo solo dopo 5 giorni, quando si sono manifestati i primi sintomi di paralisi della mano sinistra. E da lì è iniziato un altro tipo di viaggio on the road to hell, un viaggio all’inferno. Sopravvissuta, con la metà sinistra del corpo paralizzata.

Ora non sono più la metà della metà della donna che ero prima, dopo 3 mesi in ospedale non cammino ancora. Uscirò da qui senza ne lavoro ne casa e  nell’incapacità fisica di portare a termine il mio progetto…

Così ho deciso di raccontare un po’ di questa mia nuova vita dopo l’ictus. I sogni frantumati e la speranza, un giorno, di poter tornare a vivere. Perché si sa, la speranza è l’ultima a morire.

My bed for a while(room35)
My bed for a while(self-portrait, room35)